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Il Salto del Brigante

Oggi, vi vogliamo proporre una storia che forse tutti noi conosciamo;la storia del brigante “Repulinu”

Questo il testo preso direttamente dalla pagina Facebook di Gianluca Facente:

Ringrazio per il supporto l’amico Gianni De Simone, sempre in prima linea per la cultura, e il comune di Rocca Bernarda (visitate il sito, è molto interessante).

Siamo abituati a definire col termine “Brigantaggio” le organizzazioni di bande criminali, dedite a sequestri e latrocini e di certo è così.

A volte, però, è capitato che il fenomeno riguardasse gente affamata, quasi sempre ignorante che viveva in condizioni disperate e che agì contro la manifesta e insopportabile arroganza baronale (mai giustificheremo, ma capiamo).

Ogni tanto furono addirittura veri e propri moti di rivolta verso un sistema politico.

La rubrica di oggi riguarda uno di questi personaggi, forse il più “celebre” del nostro territorio: IL BRIGANTE “REPULINU”.

Fu colui a causa del quale il dirupo mozzafiato, che degrada a livello della Superstrada 107, nei pressi di Belvedere Spinello (KR), è chiamato TIMPA DEL SALTO.

Il 24 luglio del 1864, sul fiume Tacina, nel territorio di Rocca Bernarda, 24 briganti rubarono le mandrie del sig. Albani, percuotendo i vaccari, e imposero un tributo.

A tale spedizione punitiva prese parte anche la banda del “Repulinu“, chiamato così per la sua abilità a sfuggire alle forze dell’ordine.

Audace e spericolato, coi suoi uomini (almeno 7) si era stabilito sulle pendici della valle di maggesi, in un’ampia e profonda grotta.

I “fuorilegge” che per primi vennero catturati, messi sotto torchio, rivelarono ai carabinieri il nascondiglio dei compagni. Cosicché nell’anno 1865, vennero braccati e circondati dalle guardie, nei paraggi della grotta.

Alcuni dicono che prima di scappare, “Repulinu” ne ferì due, per poi sparire all’interno dell’antro. Il racconto più accreditato, però, ci dice di una fuga sotto tiro di fucile, fra alberi secolari e intricate sterpaglie.

Prima di arrendersi all’idea della cattura, fece un ultimo e disperato tentativo, inerpicandosi per un viottolo, fino alla sommità del dirupo.

Qui venne raggiunto dai carabinieri, ormai prossimi ad arrestarlo. “Repulinu” guardava il panorama circostante, cercando di godere di quel senso di libertà che la visione ispirava, quella libertà che stava per perdere.

Il maresciallo non diede l’ordine, quasi a voler riconoscere al brigante l’onore delle armi, concedendogli l’ultimo desiderio da uomo libero.

Prese la rincorsa e, saltando nel vuoto, affidò la sua anima alla Madonna della Candelora di Altilia, promettendole le migliori campane mai viste e sentite.

Nessuno mai seppe più nulla del brigante, ma sta di fatto che da allora il dirupo è conosciuto come “Timpa del salto” e le campane di Altilia sono le più melodiose della zona.

Mai giustificherò chi delinque poiché delinquere non è dignitoso, in nessun caso, ma voglio lasciarvi con un quesito che farà riflettere: delinquere perché si è disperati, per sopravvivere, sarà mai vera e totale vergogna?

A voi la risposta.

A domani, amici.

“UN ME CHIAMATI CHIÙ LU REPULINU, CHIAMATIME RANUNGHIU DE PANTANU. DATIME LARGU ‘E TRE CARRINI E VE FAZZU VIDIRE ‘U MUNNU CHIANU”

Gianluca Facente