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Trent’anni di sensazionalismo ed ipocrisia a danno di generazioni sempre più violente!

Le reazioni di ieri e di decenni di becerume sono ancora più violente dei minori che hanno pestato un povero coetaneo.

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di Procolo Guida

Era il 1990 quando Ordine dei giornalisti, Federazione nazionale della stampa italiana e Telefono azzurro firmarono un protocollo con l’intento di disciplinare i rapporti tra informazione e infanzia per chiarire, intimare e cercare di regolamentare la responsabilità che tutti i mezzi d’informazione hanno nella costruzione di una società ed il diritto di cronaca che non dimenticasse mai la delicatezza e la fragilità dell’immagine di bambini ed adolescenti, era la Carta di Treviso. Era, ancora, un mondo migliore; nonostante gli attacchi dell’edonismo e del consumismo fossero talmente violenti e virulenti che la televisione si fece megafono e “banca” di un trash organizzato e tronfio. C’era ancora un antagonismo culturalmente organizzato ed attento a tutto questo sistema che alimentava e proteggeva sistemi economici ancora più importanti e potenti. C’era una cultura che organizzava incontri e sapeva quanto fosse importante percorrere i territori e le periferie più esposte e più fragili. C’erano, ancora, organizzazioni sindacali semicredibili. Preti e Presidi che costituivano reti e canali di comunicazione credibili.

Ieri, con la divulgazione selvaggia del video pestaggio di e fra minori subito dopo il comunicato della Questura, abbiamo constatato quanto fragile ed inerme è il mondo dei nostri figli e quanto ipocrita e sensazionalista è tutto il mondo dell’informazione. Girava da troppo tempo questo video di un gruppo di bulli che aggrediva più dei pugni, dei calci e degli sputi. Aggrediva per la “serenità” e la tranquillità di gesta e parole che accompagnavano un atto punitivo che veniva “interpretato” a favore di telecamera. Aggrediva, chiaramente, per una virulenza esasperata ed esasperante; così come aggrediva di più l’assenza e la chiusura delle strutture sportive e dei teatri sociali. Ed allora si è liberato, subito, il modo di far passare fra i social la catarsi, la purificazione della condanna, più violenta e più becera dell’aggressione, e la strapurificazione della condanna dello stesso becerume social che si era potuto pure “nutrire” della colpa del padre pugile, pure famoso, vincente e con l’encomio al collo. Si perché, subito e tutti, hanno potuto “esprimersi” sul fatto che rendeva ancora più eclatante e “godevole” l’arena bavosa che il protagonista fosse il figlio di Tobia Giuseppe Loriga campione di pugilato. Tutti sapevano ma “quasi” nessuno lo diceva espressamente. Tutti hanno permesso che, prima, si esprimesse l’arena bavosa e morbosa. Tutti hanno prima, così, “costretto” che gli epigoni del nulla si esprimessero sul nulla e sul tutto. Così, l’ipocrisia ha potuto e dovuto attraversare le istituzioni, il Sindaco ed, ovviamente, la televisione di Stato che ha sentito il dovere di “confezionare” un servizio da salotto buono che commenta l’arancia meccanica impazzita: il servizio di Rai Tre Calabria di ieri sera alle 19 è dunque effetto e non carnefice di tutto questo sfascio; anche il suo penoso commento finale sull’appello da amplificare di “non girare la testa dall’altra parte” che è sintesi ancora più ipocrita e superficiale del comunicato istituzionale che pure aveva, almeno, il merito di invitare a non divulgare ulteriormente il video, a tutela, anche aggiungiamo noi, della vittima. Una chiosa sull’ulteriore “scippo” della dichiarazione social di papà Tobia ci sentiamo obbligati a farla: la colpa dei padri è giusto che non ricada sui figli così come è obbligatorio che la colpa dei figli trovi macigno su qualsiasi padre; Tobia se l’è caricata e se la sta caricando, lasciamo che il silenzio dei riflettori gli conceda tempi e modalità che possano offrire opportunità reai di siccesso, chè alle sentenze ci pensa il Tribunale. Non è nemmeno mancato, sempre ieri sera, il messaggio finale (si spera davvero) dell’appena nominato avvocato (ovviamente “famoso”) della vittima che speriamo possa avere maggiori e più autorevoli opportunità di “indennizzo” giurisprudenziale, ma anche questo è sintomo di trent’anni di sensazionalismo ed ipocrisia davvero non più tollerabili per una società degna di questo nome. Che fare, che scrivere, che dire ancora? Noi proveremo a rileggere la Carta di Treviso e mettere in rassegna ciò che abbiamo fatto, forse altrettanto frettolosamente e, soprattutto, per cercare di non sbagliare ancora. Proveremo a stimolare e comunque a raccontare di Preti e Presidi che si rimetteranno in rete, proveremo ad inveire di meno; continueremo però a raccontare di Ordini e sindacati ciechi, sordi e muti e di Istituzioni che si lavano la coscienza continuando ad usare epigoni del nulla che hanno pagine social di certo peggiori di tv e giornali di Stato.

 

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