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Una Chiesa giovane per i giovani

Si è tenuto nelle giornate del 27 e del 28 novembre 2021 il primo incontro del percorso sinodale di formazione per gli animatori e i responsabili dei gruppi delle realtà giovanili della diocesi

Si è tenuto nelle giornate del 27 e del 28 novembre 2021 il primo incontro del percorso sinodale di formazione per gli animatori e i responsabili dei gruppi delle realtà giovanili della diocesi denominato “Una chiesa giovane per i giovani”. All’appuntamento hanno preso parte entusiasti – seppur con le dovute precauzioni a causa delle misure anti-contagio – molti giovani e educatori delle parrocchie della diocesi, tra cui la parrocchia di Santa Rita da Cascia, la parrocchia della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, la parrocchia di Maria Madre della Chiesa, la parrocchia di San Giovanni Paolo II, la parrocchia di San Paolo Apostolo, la parrocchia del Ss. Salvatore di Fondo Gesù e l’eremo Santa Croce di Corazzo, la parrocchia di Torre Melissa. Il primo incontro ha posto le basi per l’analisi del concetto di una “chiesa giovane”, o, per meglio dire, di una chiesa che sia in grado di accompagnare il cambiamento pastorale. La partecipazione dei giovani come protagonisti della missione della Chiesa può avvenire solo attraverso l’ascolto, essenziale per comprendere e capire le domande a cui i giovani chiedono risposte. Proprio da questo punto è iniziato il seminario condotto dallo psicologo Roberto Mauri, affidandosi anzitutto al Vangelo, e riflettendo poi su come tutti i giovani sentano la necessità di differenziarsi, di trovare se stessi, di cercare un proprio posto nel mondo.
Anche Gesù, come riporta il Vangelo secondo Luca (2, 41-52), ha cercato risposte allontanandosi dalla carovana, ascoltando e interrogando i maestri del tempio, non ci deve stupire, quindi, che, allo stesso modo, anche i giovani di oggi si allontanano dalla “carovana”, dalla “tradizione”, dal “modello”, cercando risposte al di fuori di questi, proprio perché il modello diventa incapace di rispondere alle loro esigenze. Non si può ridurre qualsiasi esigenza alla colpevolizzazione delle parti, occorre, invece, capire che ai giovani non occorrono previsioni del passato, bensì archeologie del futuro. Occorre far sentire i giovani «parte viva» della chiesa, ma non secondo le logiche e le strategie del passato, ma secondo logiche loro sentano come proprie e di cui si sentano protagonisti.

Il seminario è quindi proseguito cercando di analizzare le domande dei giovani che rivolgono agli adulti, domande che spesso riflettono i dubbi della società attuale, domande che riguardo il corpo, la sofferenza e il futuro, ma anche la preghiera e il rapporto con Dio. A queste domande occorre anzitutto dare serietà, mantenendo il rispetto per gli argomenti, senza cercare di essere sbrigativi o superficiali. L’animatore, in questo, non ha il compito di dare risposte estremamente giuste e infallibili, quanto quello di ascoltare, quanto quello di esserci, quanto quello di ragionare con i ragazzi sulla loro crescita. Più che provvedere agli aspetti teorici della questione, si è cercato, invece, il primato dell’esperienza, entrando nel concreto della vita parrocchiale e lavorando sul valore dell’esperienza, sul pensare con le mani, e anche sull’errore.
Infatti, il compito dell’educatore non deve mai sovrapporsi a quello del genitore. L’animatore ha il compito di far riflettere sugli errori, di mostrare all’adolescente le conseguenze dei suoi errori, e non deve mai appropriarsi del “diritto di sbagliare” del giovane o, peggio ancora, colpevolizzarlo e umiliarlo per i suoi errori. Solo attraverso l’esperienza vi può essere il giusto processo formativo che richiede l’età adolescenziale, per questo è opportuno che durante la programmazione delle attività, gli educatori rintraccino quelle che vogliono essere le attività da proporre durante l’anno, o, per meglio dire, le esperienze da offrire ai giovani. Le esperienze diventano quindi i tasselli formativi del carattere, della personalità, ma anche della fede e della religiosità. Una chiesa giovane è quindi una chiesa che mette al primo posto le esperienze, le quali possono avvenire anche (e soprattutto) fuori dal proprio quartiere o dalla propria città. Le parrocchie diventano quindi le sedi, i porti sicuri, i luoghi in cui nascono le proposte, i dibattiti e le idee, e non devono essere mai il confine invalicabile in cui si rimane, giocoforza, imprigionati. A questo punto, Roberto Mauri, ha presentato la sua “croce dell’ascolto”, ovvero quattro concetti che permettono all’educatore di accedere al piano del giovane, di guardare i problemi dei giovani secondo il loro sguardo, non secondo quello dell’adulto, sicuramente più maturo, ma proprio per questo incapace, spesso, di ascoltare.
Il primo passo da affrontare per l’ascolto è quindi quello di “lasciare spazio“. Questo concetto implica una considerevole mole di autodeterminazione, in quanto occorre mettere, anzitutto, il proprio io tra parentesi, per permettere all’altro di occupare lo spazio che gli spetta. In un’epoca storica in cui ci viene presentato l’individualismo come un valore da perseguire, in cui si vive nel limbo dell’eterno presente, in cui si vive solo per se stessi, né per i predecessori, né per i posteri, è normale considerare il “lasciare spazio” come un’insolenza alla propria libertà, più che un passo per favorire l’ascolto e l’accoglienza dell’altro.
Solo dopo aver “lasciato spazio” all’altro posso “sintonizzarmi” con lui. E questo è il secondo concetto che occorre far proprio per migliorare il proprio ascolto. Sintonizzarsi vuol dire cercare un punto di contatto, entrare nei panni dell’altro, parlare la sua stessa lingua. Ancora una volta, si sottolinea come l’ascolto sia un impegno, sia una responsabilità e non può essere mai passivo. L’ascolto chiede, anzitutto, che vi sia un io che ricerca attivamente l’altro.

Il terzo concetto, a questo punto, è “accorgersi“. Se i primi due sono stati appresi, verrà da sé accorgersi dell’altro, di ciò che dice, di come lo dice. Questo è un punto che però nasconde diverse insidie, infatti l’ascolto è spesso ostacolato da distrazioni e da altre cose che non permettono di accorgerci di ciò che l’altro ci sta comunicando, magari anche non verbalmente, magari anche con il suo silenzio.
Infine, il quarto e ultimo concetto è quello di “uscire dalla cornice“. Questo concetto invita a non accontentarsi degli schemi e delle soluzioni definitive servite, troppo spesso, dai guru e dagli “esperti”, che spesso spopolano su internet, pronti ad offrire (al giusto prezzo) tutte le soluzioni a qualsiasi problema. L’ascolto non è passivo, anzi, l’ascolto deve produrre dubbi, deve produrre domande, dibattiti. L’ascolto non può confinarsi in un dettato scolastico, ma deve essere lo strumento che permette di ampliare il nostro cuore e di capire meglio chi siamo e la nostra vocazione. Con queste premesse si è concluso questo primo incontro, proponendo non solo esercizi e pratiche, ma anche riflessioni e discussioni, sapendo che dopo due anni di pandemia, con tutti i problemi di natura sociale che hanno investito soprattutto i giovani, la pastorale giovanile della diocesi si è messa in cammino, per accompagnare il cambiamento pastorale, tutti insieme.