Tressette, il gioco che unisce le spiagge e divide le opinioni: è un gioco solo per uomini?

Sotto l'ombrellone c'è chi gioca a racchettoni, chi si addormenta e chi, appena sente il rumore delle carte sul tavolo, sa che sta per iniziare la vera sfida dell'estate. E tra battute, accuse e partite infinite, il tressette continua a dividere anche su una domanda che fa discutere: è un gioco per le donne?

Ogni estate ha i suoi riti. Il primo bagno, la granita, la crema solare dimenticata a casa e, immancabilmente, il tavolino di plastica, o più spesso il telo da mare steso sulla sabbia, invaso dalle carte napoletane. Perché in Calabria il tressette non è un semplice passatempo: è una disciplina olimpica non riconosciuta dal CIO, ma riconosciutissima da nonni, zii, cognati e vicini di ombrellone.

Basta fare un giro in spiaggia. Da una parte ragazzi che cercano disperatamente di arrivare a sette passaggi per fare la loro schiacciata, dall’altra quattro persone sedute attorno a un tavolo, magari improvvisato.
Silenzio assoluto. Sguardi intensi. Un “Busso” pronunciato come fosse una dichiarazione di guerra. E qualcuno che, inevitabilmente, esclama: “Ma come giochi?”, magari colorando la frase con sostantivi difficilmente replicabili in un articolo.

Poi arriva la domanda che ogni estate riaccende il dibattito: Ma le donne sanno giocare a Tressette?
La risposta breve è no.
La risposta lunga è… assolutamente no.

Pensare che il tressette sia una pratica per soli uomini e che le donne, al massimo, possano cavarsela è semplicemente un luogo comune nato chissà dove, forse perché in tantissime famiglie non sono state proprio mamme, nonne e zie a tramandare le regole del gioco.
Ma basta guardarsi, attentamente, attorno per capire che la realtà, però, è molto diversa: il tressette non ha genere, ha solo giocatori competitivi.

Anzi, diciamolo con sincerità: al tavolo del tressette il rispetto non si conquista con l’età, con il fisico o con il tono della voce. E, soprattutto, non si conquista perché si è uomini. Si conquista facendo la giocata giusta al momento giusto.

E le partite migliori sono spesso quelle miste, dove uomini e donne si punzecchiano con eleganza… fino all’ultima mano.
Perché il bello del tressette non sono soltanto le carte, sono le frasi che si ripetono identiche da almeno cinquant’anni.

“Con te non gioco più.”
“Dovevi farti l’asso!”
“Sono il giocatore più forte della spiaggia”
“Questa la rivinciamo.”
“Tu è meglio se giochi a burraco”

Naturalmente nessuno si alza davvero dal tavolo. Dopo cinque minuti c’è già il mazzo mischiato e la rivincita pronta.

Ma c’è un motivo per cui il tressette continua a sopravvivere alle mode e alle generazioni. Non è soltanto un gioco di carte: è un fenomeno sociale.
Attorno a un tavolino, improvvisato o meno, non ci sono mai solo quattro giocatori. Nel giro di pochi minuti si forma un piccolo pubblico. Arrivano i vicini di ombrellone, l’amico che stava leggendo il giornale, il cugino appena uscito dall’acqua, lo zio che “guarda soltanto”. E così, senza accorgersene, nasce una comunità.

C’è chi osserva in silenzio cercando di capire strategie che, dopo vent’anni, continuano a sembrargli incomprensibili. C’è chi trattiene a fatica il consiglio, perché nel tressette le regole non scritte sono sacre: durante la mano si tace, alla fine, invece, parte il processo.
“Quella carta non la dovevi giocare.”
“Era chiaro che aveva l’asso.”
“Io quella presa lnon l’avrei fatta.”

Come sempre, tutti diventano fenomeni… dopo che la mano è finita.

E poi ci sono gli sfottò, quelli che non offendono mai davvero, ma fanno parte del gioco tanto quanto il mazzo di carte. Una presa sbagliata diventa l’argomento della giornata, una giocata geniale viene raccontata ai nuovi arrivati come se fosse un’impresa epica, mentre chi perde giura che la prossima volta cambierà compagno. Salvo ritrovarsi seduto allo stesso tavolo dieci minuti dopo.

È questa la magia del tressette. Non tiene insieme soltanto quattro persone: riesce a coinvolgere un’intera spiaggia. Per qualche ora il cellulare resta in borsa, i social network passano in secondo piano e l’unica notifica davvero importante è quella di qualcuno che esclama: “Dai, mischiate le carte che si ricomincia.”

Ed è forse proprio questo il segreto del tressette: riesce ancora oggi a mettere insieme persone diverse, generazioni diverse, intorno a una Napoli o a tre tre.
I nonni insegnano le regole, i genitori fanno finta di conoscerle meglio di tutti, i più giovani scoprono che per vincere non serve la fortuna, ma memoria, strategia e tanta pazienza.
Chi non sa giocare dà consigli, chi sa giocare rosica di non essere seduto tra i quattro, e il rivale di sempre che guarda e aspetta solo una sconfitta per prendere il posto di uno dei quattro.

E così, mentre il mondo corre tra smartphone, social network e videogiochi, c’è ancora un gioco che resiste al tempo. Non ha bisogno di batterie, Wi-Fi o aggiornamenti.
Gli bastano quaranta carte, quattro sedie e qualcuno disposto a discutere per mezz’ora su una presa sbagliata.

E allora, quest’estate, lasciamo perdere le etichette.
Il tressette non è un gioco da donne.
Non è un gioco da uomini.
È un gioco da persone che, sotto l’ombrellone, hanno ancora voglia di guardarsi negli occhi, prendersi in giro e trasformare una semplice partita in uno dei ricordi più belli delle vacanze.