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ARTE E CULTURA

...e mai finirà!

Enzo Biagi e la Treccani! Per noi sono sufficienti per fare festa e guardia!

e-mai-finir
Venerdì 26 Aprile 2019 - 10:0

“25 Aprile. Una data che è parte essenziale della nostra storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa Resistenza non è mai finita”

Enzo Biagi

poi, per chi vuol ripassare un po di storia almeno, ecco la Treccani:

 

Resistenza

 

Precisazioni storiche e concettuali

 

In età contemporanea, ossia nell'epoca di eserciti nazionali che esprimono il 'popolo in armi', le manifestazioni di r. assumono un profilo particolare, derivante dallo stretto intreccio di tre diverse dimensioni: la difesa dell'indipendenza e dell'identità nazionali, che costituisce il fattore primario della scelta di opporsi all'invasore; lo scontro interno tra i collaboratori dell'occupante e coloro che lo contrastano; l'orizzonte politico della lotta, sia che si tratti di affermare o difendere la democrazia, sia che si tratti di suscitare un moto rivoluzionario con l'obiettivo della presa del potere e di un rivolgimento dei rapporti sociali. Dai diversi livelli di integrazione tra queste dimensioni - patriottica, fratricida, ideologica - discendono i caratteri assunti di volta in volta dai movimenti di resistenza. La guerra partigiana potrà così assumere la tonalità prevalente della guerra di liberazione nazionale, della guerra civile, della guerra ideologica. In nessun caso, tuttavia, queste forme si presenteranno allo stato 'puro', ma sempre tra loro sovrapposte, mescolate, avviluppate in un ordito storico che sarà possibile sciogliere solo esaminando e ricostruendo le vicende specifiche e i contesti concreti dei vari movimenti di resistenza.

 

La loro reale incisività dipende peraltro da un fattore di legittimazione determinante, anche se talora negletto: la capacità militare. Pur rientrando nella definizione di resistenza attività eterogenee (dal sabotaggio alla propaganda, dal lavoro di intelligence alla costruzione di reti clandestine), è l'azione militare propriamente detta quella che perlopiù misura l'efficacia e l'incisività dei movimenti partigiani nel contrastare e rendere precaria e insicura la presenza dell'occupante. Senza il sostegno determinante del collateralismo (dal reclutamento di uomini al reperimento di armi, dall'occultamento dei combattenti alla raccolta delle informazioni), l'azione militare è scarsamente efficace, se non impossibile.Tuttavia senza la guerra partigiana - dall'attentato al combattimento vero e proprio - i movimenti di r. non possono godere della legittimazione politica e morale che risulta necessaria a rinsaldare attorno a sé l'indispensabile consenso delle popolazioni e a rivendicare un ruolo politico per il 'dopo', per il momento nel quale l'occupazione avrà fine e si dovrà porre mano alla ricostruzione delle società che sono state devastate dalla guerra.

 

Il termine stesso di guerriglia (la piccola guerra dentro la grande guerra degli eserciti; v. guerriglia), spesso accompagnato, quando non sovrapposto, a quello di resistenza, si affaccia alle origini dell'epoca contemporanea: viene infatti introdotto durante l'occupazione napoleonica della Spagna, tra il 1808 e il 1814, quando le truppe francesi ebbero a scontrarsi con una forma di r. particolarmente aspra. Come scrisse C. Schmitt nella Theorie des Partisanen (1963), "in questa guerra si scontrarono per la prima volta un popolo - preborghese, preindustriale e preconvenzionale - e un esercito regolare, moderno, ben organizzato, uscito dalle esperienze della Rivoluzione francese. Con ciò si aprirono nuove concezioni in tema di strategia, e nacquero nuove teorie intorno alla guerra e alla politica" (trad. it. 2005, p. 13). In questo senso, le vicende del partigiano spagnolo, impegnato nella difesa del territorio nel quale era nato e viveva, possono tuttora considerarsi paradigmatiche: da un lato, perché mettono in luce il forte legame del combattente irregolare con il territorio, che è inteso come peculiare somma di caratteristiche geografiche, storiche, culturali e sociali, incarnate in tradizioni, culture, esperienze, conoscenze dell'habitat e relazioni con gli abitanti, indispensabili all'insediamento e al movimento dei gruppi che praticano la guerra di guerriglia; dall'altro, perché pongono sul tappeto la questione della distinzione tra guerra 'regolare' (tra eserciti statuali tenuti al rispetto di determinate regole di comportamento) e 'irregolare' (una guerriglia combattuta senza quartiere, fondata sul 'mordi e fuggi' e l'imboscata, nella quale i combattenti non sono facilmente distinguibili dai civili.

 

Di fatto, tale distinzione è la spia del mutare in età contemporanea delle culture di guerra e dei modi di combatterla. Dall'epoca delle campagne napoleoniche in poi, la definizione dei limiti e delle regole della guerra è in altre parole strettamente connessa alla sempre più rapida trasformazione della guerra in guerra totale: le aumentate capacità di spostamento e di comunicazione degli eserciti, la dilatazione dei loro effettivi grazie alla leva di massa, lo sviluppo tecnologico e l'accresciuta potenza degli armamenti, rendono i conflitti un fatto di mobilitazione totale della società, portano a farsi più labile la distinzione tra fronte (la linea di combattimento) e fronte interno (la società). Ogni risorsa viene impegnata per il sostegno dello sforzo bellico, non solo per le caratteristiche della mobilitazione, ma per lo stesso dilagare sul territorio della guerra (in forma di eserciti in movimento, di occupazione e spoliazione sistematica dei Paesi). Le forme tradizionali della guerra tra eserciti - in primis, la battaglia campale - sono superate, le popolazioni assurgono al rango di uno dei protagonisti del conflitto, sia perché subiscono pesantemente gli effetti della guerra totale, sia perché più frequente diviene il manifestarsi di episodi di r. e di guerriglia a opera di civili. Di qui discende l'estendersi della violenza di guerra ai danni delle popolazioni, e quindi la necessità di stabilire i confini tra regolare e irregolare in stato di guerra: da tale distinzione dipenderà - almeno in linea teorica, ché sul campo la questione si complica - non solo il trattamento della popolazione e il comportamento degli eserciti, ma anche, a conflitto terminato, il giudizio sulla condotta in guerra dei militari, l'eventuale individuazione di crimini di guerra. Inoltre, appare in gioco il riconoscimento del diritto alla non collaborazione e all'insorgenza, alla lotta contro l'occupante da parte delle popolazioni che ne subiscono la presenza: la legittimazione della guerra partigiana corre dunque lungo una sottile e ambigua linea di discrimine tra terrorismo (agli occhi di chi la subisce) e r. (da parte di chi la pratica).

 

 

Occupazione nazista e resistenza in Europa

 

Questi controversi ed eterogenei aspetti del fenomeno resistenziale trovarono espressione nella vasta gamma di episodi e vicende che caratterizzarono la Seconda guerra mondiale, in particolare sul suolo europeo. L'estendersi dell'occupazione nazista pressoché all'intero continente, dall'Atlantico al Caucaso, dal Mediterraneo al Baltico, pose tutti i Paesi occupati dalla Wehrmacht in una condizione potenzialmente simile, di vittime di dominazione e sfruttamento, anche se le forme e i meccanismi di funzionamento del sistema d'occupazione non furono omogenei. D'altro canto, ovunque si realizzò l'occupazione tedesca, si manifestò anche una forma di opposizione a essa. In modi e tempi differenti da luogo a luogo, con intensità ed efficacia diverse da Paese a Paese, in ogni angolo dell'Europa invasa vi furono movimenti e gruppi di resistenza.

 

Nel quadro della politica hitleriana di costruzione di un 'nuovo ordine europeo', di cui la potenza tedesca avrebbe dovuto costituire il pilastro centrale, l'occupazione di vaste aree territoriali rispondeva sostanzialmente alla realizzazione di due obiettivi primari: la selezione razziale della popolazione e lo sfruttamento massiccio delle risorse economiche. Da un lato, si intendeva ampliare lo 'spazio vitale' per il popolo tedesco, appositamente germanizzando talune aree, e procedere a forme di pulizia etnica di settori di popolazione ritenuta razzialmente inferiore e socialmente pericolosa (ebrei, slavi, zingari), dunque da discriminare e, se possibile (e la guerra lo rese in parte tragicamente possibile), da estirpare. Dall'altro, entro il tradizionale orizzonte imperialistico, si pretendeva di convogliare le ricchezze e di indirizzare gli apparati produttivi dei Paesi occupati a esclusivo sostegno della politica di potenza della Germania, in una logica di massimo rendimento del potenziale economico dei popoli assoggettati e della loro manodopera, spesso costretta al lavoro obbligatorio, quando non addirittura resa schiava. La guerra nazista si delineò quindi come una forma specifica di guerra totale, nella quale coesistevano diverse dimensioni: quella razziale, per affermare la supremazia tedesca; quella coloniale, per estrarre risorse e forza lavoro necessarie allo sforzo bellico; quella ideologica, per esportare i principi antidemocratici e antibolscevichi del nazismo.

 

Questo modello di guerra si concretizzava in forme di soggiogamento, sfruttamento, spostamento ed eliminazione fisica di intere porzioni di popolazione secondo politiche d'occupazione che prevedevano differenti gradi di governo e controllo diretto dei territori, e che lasciavano varchi a ipotesi di collaborazione. Ma quando - tra il 1942 e il 1943, dopo i rovesci di el-̔Alamein e Stalingrado - la Germania vide capovolgersi a proprio sfavore le sorti della guerra, allora l'occupazione tedesca mostrò il proprio volto più brutale e oppressivo anche nei Paesi il cui trattamento era stato in un primo tempo meno accentuatamente militare-poliziesco. I vincoli e le esigenze della guerra erosero cioè i margini del collaborazionismo, ridussero drasticamente le differenze nelle modalità di dominio dei territori occupati.

 

 

Questo orizzonte in mutamento incise profondamente sugli sviluppi dei movimenti di resistenza. Sino al 1942, infatti, l'organizzazione dei gruppi che si opponevano al nazismo nei Paesi occupati era stata una prerogativa della Gran Bretagna. Non solo questo Paese, dopo la disfatta francese del 1940 e prima dell'ingresso in guerra degli Stati Uniti, era diventato il simbolo di chi non intendeva piegarsi ad A. Hitler, ospitando molti esuli antinazisti e pressoché la totalità dei governi in esilio. Di più, anche per la determinazione di W. Churchill, aveva sostenuto e promosso ovunque nell'Europa occupata la costituzione di gruppi clandestini. Certo, si era trattato di sostenere un'azione che fosse funzionale agli indirizzi bellici britannici: la r. appoggiata da Londra era soprattutto quella delle piccole cellule che praticavano il sabotaggio e raccoglievano informazioni utili a prevenire i piani tedeschi di invasione del Regno Unito. Una forma di r. - particolarmente riuscita in Belgio, Olanda, Norvegia, in un primo momento in Francia - che ricordava l'attività di reti militari e spionistiche costruite intorno agli agenti appositamente addestrati dal SOE (Special Operations Executive) e paracadutati nei Paesi di destinazione, piuttosto che una guerra di guerriglia sorta in loco, con il sostegno attivo della popolazione. Missioni militari britanniche vennero peraltro inviate anche nei Paesi - la Iugoslavia e la Grecia, successivamente l'Italia - dove i movimenti di r. diedero vita a una guerra partigiana vera e propria.

 

Dalla fine del 1942 il peso della Gran Bretagna nel sostegno di questi movimenti andò però riducendosi. Sia perché l'entrata in guerra degli Stati Uniti e le vittoriose offensive dell'Unione Sovietica resero questi Paesi interlocutori importanti dei movimenti partigiani, sia perché i britannici continuarono ad affidarsi a un'idea di r. incarnata nel modello del 'commando' piuttosto che della guerra insurrezionale, verso la quale invece si andavano orientando le coalizioni antinaziste di diversi Paesi. Ciò avvenne anche perché il serrarsi delle maglie dell'occupazione e l'arrivo della guerra sul proprio territorio condussero all'inasprimento delle condizioni di vita della popolazione civile e favorirono la scelta della lotta armata. La repressione sanguinosa di ogni forma di r., la prospettiva dell'arruolamento coatto negli eserciti collaborazionisti o nelle organizzazioni di lavoro, la minaccia di deportazione in Germania, il prelievo sistematico e crescente di risorse alimentari ed economiche, il costante rischio di venire investiti da bombardamenti, combattimenti, evacuazioni forzate: tutto ciò, oltre ad alimentare la paura, il malcontento e la rabbia, spesso non lasciava alternative alla clandestinità ai giovani che tentavano di occultarsi, facendone dei civili in via di trasformazione in partigiani.

 

 

La resistenza italiana: caratteristiche originali

 

Quanto accadde sul suolo italiano tra il 1943 e il 1945 offre significativi riscontri a questo quadro. Anche in Italia l'occupazione tedesca mostrò la sua policentrica struttura di potere (militare, che faceva capo al comandante in capo delle armate tedesche in Italia A. Kesselring; politico, nelle mani del plenipotenziario del Reich, l'ambasciatore R. Rahn; poliziesco, che aveva il suo punto di riferimento nel generale delle SS K. Wolff), il suo profilo coloniale (per garantire l'invio di risorse in Germania), la sua faccia duramente repressiva (con migliaia di vittime civili e l'uccisione su larga scala dei prigionieri politici), il suo volto legalitario (con il sostegno al governo collaborazionista della RSI, Repubblica Sociale Italiana). Anche nel caso italiano, inoltre, il momento di svolta si colloca tra il 1942 e il 1943. Benché non fossero mancate prima di allora manifestazioni di antifascismo e avesse agito - a opera soprattutto dei comunisti - una rete clandestina, solo le drammatiche vicende delle armate italiane sui vari fronti e l'arrivo sul territorio nazionale degli eventi bellici provocarono un netto distacco del Paese dal regime, creando le condizioni per il sorgere di un movimento di resistenza.

 

L'impreparazione alla guerra dell'esercito fece sì che le gravi sconfitte dell'Asse in Africa e in Unione Sovietica si tramutassero per l'Italia in tragiche disfatte. A decine di migliaia i soldati italiani morirono o furono fatti prigionieri nelle sabbie di el-̔Alamein e nelle nevi della sacca del Don. Vennero abbandonati a sé stessi, privi di comandi che garantissero ritirate ordinate, e quindi affidati esclusivamente all'iniziativa casuale dei comandanti sul campo, senza i mezzi necessari per il recupero degli scampati alle battaglie, consegnati all'energia delle loro gambe per sfuggire all'accerchiamento sovietico o all'inseguimento britannico nel deserto. Ciò mentre in Italia si susseguivano i raid dei bombardieri alleati sulle città e sui punti nevralgici del sistema delle comunicazioni, e mentre l'approvvigionamento delle risorse alimentari andava incontro a sempre maggiori difficoltà e speculazioni, tali da alimentare un fiorente mercato nero. La frustrazione dei superstiti delle campagne di guerra volute dal regime al di fuori dei confini nazionali e l'insofferenza della popolazione verso un regime incapace di garantire sicurezza e accettabili condizioni di vita - 'pace e pane' avevano invocato gli operai scesi in sciopero nell'Italia centro-settentrionale nel marzo 1943 - spinsero dunque verso un irreversibile allontanamento degli italiani dal fascismo.

 

Ad accelerarlo e ratificarlo - dopo lo sbarco alleato in Sicilia (9-10 luglio 1943) e il bombardamento del quartiere di San Lorenzo a Roma (19 luglio), che provocò oltre 1500 vittime - il 25 luglio venne l'arresto di B. Mussolini, delegittimato, nella riunione del Gran consiglio del fascismo della notte precedente, dalla richiesta di dimissioni da capo del governo. Il maresciallo P. Badoglio assunse la guida di un esecutivo composto, peraltro, da uomini che - a partire dal suo stesso presidente - erano stati collaboratori del regime fascista. Manifestazioni e scene di giubilo popolare si susseguirono in quelle giornate in tutto il Paese, a dimostrazione della definitiva e irreversibile crisi di consenso del fascismo, ma anche della speranza che il rientro in scena del monarca fosse il preludio dell'uscita dal conflitto. Ma Badoglio e le alte gerarchie dello Stato e dell'esercito si incaricarono di dissipare qualsiasi illusione: "la guerra continua", dichiarò infatti il nuovo capo del governo, aggiungendo che "chiunque tenti di turbare l'ordine pubblico sarà inesorabilmente colpito". In effetti, mentre risorgevano i partiti, i detenuti politici venivano rimessi in libertà e ovunque si costituivano comitati delle opposizioni, nelle piazze e nelle strade 83 furono i morti e migliaia gli arrestati. In agosto, rappresentanti dei partiti comunista, socialista e d'azione si pronunciarono contro il governo Badoglio e invitarono a una r. armata contro le truppe naziste presenti nel Paese. Il 3 settembre, dopo trattative segrete e mentre gli eserciti alleati sbarcavano in Calabria, venne firmato un armistizio - reso noto il successivo 8 settembre - in base al quale gli italiani si impegnarono a porre fine immediatamente alle ostilità contro gli Alleati e alla collaborazione con i tedeschi. Che nel frattempo fecero calare nella Penisola nuove divisioni (Operazione Alarico), che si andarono ad aggiungere a quelle già di stanza nel Paese (dai 195.000 dell'estate 1943 si arrivò nell'apr. 1945 a ridosso del mezzo milione di uomini).

 

Dunque, ciò che di specifico vi era nella vicenda italiana era in primo luogo la natura stessa dell'occupazione, non già di un Paese sconfitto e invaso, ma di un ex alleato; in secondo luogo, la concentrazione nel tempo e nello spazio di differenti forme di guerra (guerra di eserciti, guerra di guerriglia, guerra ai civili, guerra civile). Tra i belligeranti, l'Italia era cioè in una posizione peculiare: vi era entrata nel 1940 come principale alleato della Germania nazista, in seguito alla crisi del regime aveva abbandonato l'alleanza e assunto lo statuto inedito di co-belligerante a fianco degli Alleati nel 1943, e da allora era di fatto sottoposta a due occupazioni militari, tedesca e alleata, e tre diverse autorità di governo italiane - il Regno del Sud (con a capo il re fuggito dalla capitale dopo l'armistizio dell'8 settembre), il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia, il principale organismo della r.) e la RSI (i collaborazionisti guidati da Mussolini). Ciò che in parte spiega perché in Italia i tedeschi applicarono metodi di contrasto della r. inediti sul fronte occidentale, almeno nella diffusione ed estensione assunta dalla guerra ai civili, ossia di una vera e propria politica del massacro della popolazione. Cui si aggiunse il fatto che nella Penisola prese corpo una guerra partigiana che si avvicinava maggiormente all'esperienza della guerra di popolo dei Paesi dell'area balcanica (Grecia e Iugoslavia) e dell'URSS, e che la guerra di guerriglia si sviluppò nel quadro di un'asprissima guerra di eserciti, dove ogni palmo di terra era sanguinosamente conteso.

 

Nella penisola lo sviluppo del movimento partigiano fu dunque strettamente connesso alle vicende belliche e alle peculiarità del sistema d'occupazione tedesco, che si venne costruendo nel momento stesso in cui il regime fascista andava dissolvendosi - e con esso anche le strutture statali - e la Wehrmacht si trovava a fronteggiare l'invasione alleata. Da subito guerra, guerra civile e occupazione si intrecciarono indissolubilmente. Ciò significa che nella seconda metà del 1943 i primi incerti passi della r. vennero compiuti nel quadro di un vuoto d'autorità politica, di assenza di strutture che garantissero il governo di un Paese in guerra e, soprattutto, nel contesto di una politica d'occupazione nazista fortemente punitiva per l'alleato traditore e necessariamente finalizzata a sostenere lo sforzo bellico, dunque duramente poliziesco-militare. Non vi furono passaggi intermedi, un inasprimento progressivo - come altrove avvenne - di una presenza inizialmente più cauta e misurata. Sul suolo italiano l'occupazione mostrò immediatamente il suo lato più oppressivo, accentuato nella percezione della popolazione dal supporto garantito ai tedeschi dalle milizie fasciste repubblicane e dalle difficili condizioni imposte dallo stato di guerra.

 

 

La resistenza italiana: fatti e periodizzazioni

 

L'8 settembre 1943 è la data simbolo della 'liquefazione' dello Stato fascista e della residua autorevolezza della monarchia e al contempo è convenzionalmente considerato il momento di avvio della resistenza. Gli italiani, a partire da quelli che indossavano l'uniforme, vennero consegnati a loro stessi e al caso, alla scelta della parte con cui schierarsi e più spesso di come 'arrangiarsi' nelle condizioni concretamente date. A Roma si tentò di contrastare l'ingresso in città dei tedeschi, ma già il 10 settembre si capitolava (analogamente, ebbero luogo scontri armati in altri, pochi, centri; nella gran parte del Paese l'esercito semplicemente si dissolse). Nei Balcani e nell'Egeo si combatteva e si moriva (a Cefalonia più di 5000 furono gli uomini della divisione Acqui passati per le armi, e lo stesso accadde agli ufficiali di stanza a Corfù, mentre aspri combattimenti vi furono in Dalmazia, Albania, Tessaglia, a Rodi e Lero; oltre 600 mila prigionieri vennero inviati in Germania). Mentre andavano spegnendosi gli echi di quei combattimenti, e mentre Mussolini, dopo essere stato liberato dai tedeschi e portato in Germania a incontrare Hitler, rientrava in Italia e al Nord dava vita al nuovo governo di quella che verrà chiamata Repubblica sociale italiana, a Napoli scoppiava una rivolta popolare, che in quattro giorni di scontri metteva termine all'occupazione tedesca della città, nella quale gli Alleati entreranno il 1° ottobre. Il fronte andrà assestandosi sulle difese della Linea Gustav, dalle foci del Garigliano a quelle del Sangro, con perno a Montecassino. Rimarrà di fatto su questa linea dall'ottobre 1943 al maggio 1944.

 

In questo periodo sorsero nell'Italia centro-settentrionale le prime bande partigiane (nelle quali si stima fossero organizzati nell'inverno 1943-44 tra i dieci e i quindicimila uomini), a opera di ex militari, di giovani che avevano raccolto armi nelle caserme abbandonate e di elementi politici antifascisti, soprattutto comunisti e azionisti. Nell'Italia centrale (nel Viterbese, tra Ascoli e Macerata, nella Toscana meridionale) operarono diversi ex ufficiali che, procuratisi armamenti abbandonati, avevano radunato gruppi di soldati sbandati. Esperienze simili si ebbero anche nel Nord del Paese, soprattutto al confine con la Francia, nel Cuneese e nell'Appennino ligure-piemontese, dove numerosi furono gli sbandati della Quarta armata italiana, schierata sino all'8 settembre nella Francia del Sud, ai confini con l'Italia. A queste formazioni si sommavano quelle la cui ispirazione era più marcatamente politica: gruppi comunisti sorsero nella zona dei Castelli romani, in Toscana (lungo la costa tirrenica sino all'Amiata, nel Valdarno superiore), nell'Anconetano e nel Pesarese, sino alla Romagna, lungo il confine tra il Lazio e l'Umbria, in Emilia, nel Bellunese. Gruppi azionisti operarono in Piemonte, mentre significativa fu la presenza cattolica nel Bresciano, in Valcamonica. In questa fase mancò un'efficace rete organizzativa clandestina, mancarono le armi, mancò l'esperienza della guerra partigiana, se non nei militanti che avevano combattuto nella guerra civile spagnola e in quelli che l'avevano vista praticare - e l'avevano subita e talora duramente repressa - nei Balcani, dalla Grecia alla Iugoslavia. Questa prima fase fu dunque dedicata all'individuazione delle aree adatte allo stanziamento delle bande, all'armamento degli uomini, al consolidamento di rapporti con le popolazioni civili, alle prime azioni di sabotaggio o, fu il caso soprattutto dei centri urbani dove operavano i GAP (Gruppi d'Azione Patriottica), ad attentati e colpi di mano.

 

I comandi tedeschi erano preoccupati del possibile sviluppo in Italia della guerra partigiana. L'avevano conosciuta su altri fronti, nei Balcani e in URSS, e ne temevano le conseguenze: l'insicurezza delle vie di comunicazione, essenziali per un esercito d'occupazione impegnato in un duro scontro con le armate nemiche; la necessità di distogliere un numero crescente di effettivi per il controllo del territorio e la controguerriglia; l'inasprimento dei già difficili rapporti con la popolazione, sottoposta non solo alle oppressive necessità logistiche dell'esercito, ma anche alla durezza di misure repressive non in grado di distinguere tra partigiani combattenti e civili inermi. Nel Cuneese, a Boves, il 19 settembre 1943 ebbe luogo la prima di una lunga e sanguinosa serie di stragi: un reparto di SS uccise per rappresaglia 23 civili durante un'operazione contro una formazione di militari nella quale era rimasto ucciso un soldato tedesco. Numerosi rastrellamenti puntarono già all'inizio dell'inverno 1943-44 a sgominare i gruppi operativi a nord di Lecco, nel Varesotto, nel Bresciano, nel Reggiano (dove venne sbaragliata la banda dei fratelli Cervi, fucilati il 28 dic.). Di fatto, tali operazioni selezionarono tra le bande partigiane quelle capaci di costruire con le popolazioni relazioni abbastanza solide da garantire rifugio e vettovagliamento. Intanto, si moltiplicavano i Comitati di liberazione nazionale (CLN), che riunirono i rappresentanti dei partiti antifascisti con il compito di coordinare i diversi settori d'attività della r., ma furono anche i luoghi ove uomini con un bagaglio politico e culturale affatto differente, a volte persino conflittuale, impararono a conoscersi e a collaborare, a praticare la via del dialogo, ad assumersi responsabilità sia per la soluzione dei problemi immediati sia in vista del passaggio dalla guerra alla pace. La trasformazione nel gennaio 1944 del CLN di Milano in CLNAI fu il segno della volontà di dare vita a veri e propri organi di governo e di rappresentanza politica dell'antifascismo.

 

L'incapacità delle strutture della RSI di garantire il controllo del territorio, come pure la sempre più vivace azione dei gruppi partigiani sopravvissuti alla stagione invernale, spinsero i tedeschi ad accentuare l'azione repressiva. Tra marzo e aprile - nelle settimane in cui si consumava l'azione gappista di via Rasella e il massacro delle Ardeatine (335 vittime), un punto di svolta nella politica della rappresaglia - Kesselring annunciò la pianificazione di operazioni sistematiche contro le formazioni partigiane, che si tradussero in un salto di qualità nella violenza ai danni dei civili, in una politica del massacro, nella pratica del terrore e della terra bruciata già sperimentata sul fronte orientale.

 

Lo sfondamento nel maggio 1944 dei fronti di Montecassino e Anzio, la liberazione di Roma, la rapida ritirata tedesca e un'avanzata alleata in un primo tempo apparentemente irresistibile (140 km tra il 4 e il 16 giugno, altri 30 nella settimana successiva), alimentarono nuove speranze, spingendo i partiti riuniti nei CLN a emanare direttive per intensificare ovunque l'azione partigiana in vista dell'insurrezione. L'estate 1944 fu dunque il momento in cui gli eventi accelerarono il loro corso. Il numero delle formazioni e dei combattenti inquadrati in esse - anche per effetto della renitenza ai bandi di arruolamento nell'esercito della RSI - si era accresciuto considerevolmente (si calcola che si fosse passati dai 50.000 partigiani di giugno ai circa 80.000 di sett.), permettendo al movimento partigiano di rafforzare la propria attività. Gli Alleati tentavano di imprimere una svolta risolutiva alla loro campagna e incitavano i partigiani all'azione; i tedeschi si ritiravano velocemente, dapprima cercando di rallentare l'avanzata alleata lungo una linea di difesa a sud del lago Trasimeno, poi lungo la cosiddetta Linea dell'Arno, sino alla liberazione di Firenze, dove si combatté per tutto il mese di agosto, infine attestandosi lungo una linea di difesa appenninica dal Tirreno (tra Pisa e Massa) all'Adriatico (Pesaro), la Linea Gotica, dove il fronte si arrestò sino all'aprile successivo, quando lo sfondamento condusse molto rapidamente alla fine delle ostilità.

 

Agli inizi dell'estate 1944, dunque, la prospettiva di un'insurrezione nazionale appariva realistica. In giugno venne costituito il Comando generale del Corpo volontari della libertà, con il compito di coordinare le operazioni delle brigate partigiane e di definire un quadro strategico comune, il cui obiettivo prioritario consisteva nel superare la tattica del colpo di mano e stabilire un percorso insurrezionale. Decine e decine di attacchi a presidi fascisti e piccole postazioni tedesche condussero alla liberazione di porzioni anche significative di territorio, rendendo possibili in queste 'zone libere' (le più significative nell'Ossola, in Carnia, nelle Langhe, nell'Appennino modenese-reggiano) esperienze di autogoverno. Non si trattò di vere e proprie 'repubbliche partigiane', come talora sono state enfaticamente definite, ma di aree nelle quali in momenti specifici il movimento partigiano fu in grado di valorizzare al massimo la propria capacità di interazione positiva con il territorio e le popolazioni che lo abitavano, di manifestare una significativa forza militare, di prendere coscienza dei contenuti politici e sociali della resistenza. E se non si può sopravvalutarne la portata, non se ne deve viceversa disconoscere l'importanza: rappresentano infatti il segno tangibile della maturazione - politica, militare, organizzativa - della r., il suo manifestarsi anche come affermazione di un principio di rinnovamento in senso democratico della società.

 

A ridosso dell'estate la lotta alle bande partigiane divenne per i tedeschi una priorità. Sino a quel momento non vi era stato un vero e proprio piano repressivo coordinato tra le diverse sfere di competenza dei comandi tedeschi, spesso divergenti tra loro. Lo sviluppo sfavorevole delle operazioni belliche e l'intensificarsi dell'azione partigiana imposero invece una pianificazione e una radicalizzazione degli interventi, che Kesselring si incaricò di attuare. In particolare, il 17 giugno 1944 emanò un regolamento per la lotta alle bande partigiane che conteneva la cosiddetta clausola dell'impunità (la garanzia dell'immunità per coloro che avessero dovuto eccedere nella lotta ai partigiani). Il 1° luglio indicò fra le misure da adottare l'arresto di una percentuale di popolazione maschile nelle zone di presenza partigiana, e la fucilazione di questi ostaggi in caso di atti di violenza. Tali direttive, oltre a essere un indice della rilevanza militare dell'azione partigiana, rivelavano anche il diffondersi tra i tedeschi della convinzione che la popolazione fosse corresponsabile delle azioni partigiane, dunque potenzialmente nemica, e quindi passibile di rappresaglie anche durissime. In effetti, furono migliaia i civili che caddero sotto il fuoco tedesco in occasione di rastrellamenti e operazioni antipartigiane, quando non semplicemente di stragi ed eccidi apparentemente senza motivo (una valutazione approssimativa, che potrebbe risultare sottostimata, indica in quindicimila le vittime civili di eccidi e stragi).

 

L'inizio dell'autunno 1944 segnò un brusco arresto dell'offensiva alleata, che non riuscì a infrangere le difese della Gotica, tranne che sul versante adriatico, dove Alleati e partigiani liberarono Ravenna agli inizi di dicembre. Dopo la dura battaglia urbana svoltasi a Bologna tra nazifascisti e forze partigiane scese in città in previsione dell'insurrezione (battaglia di Porta Lame, 7 nov.), il 13 novembre H.R. Alexander, comandante in capo delle truppe alleate nel Mediterraneo, annunciò la sospensione della campagna contro la Gotica, e invitò i partigiani a interrompere la loro attività e a tornare alle loro case. Ciò consentì ai tedeschi di destinare ulteriori truppe all'azione antipartigiana, moltiplicando tra settembre e dicembre, e sino al marzo 1945, i rastrellamenti: da quello sul Grappa, che scompaginò le formazioni della zona a tal punto da impedirne anche la successiva riorganizzazione, a quello in Carnia, dove vennero impiegati anche i cosacchi, sino alle operazioni all'immediato ridosso della Gotica, nel quadro delle quali si consumarono numerosi eccidi, il più noto dei quali fu la strage di Marzabotto, quella che sul fronte occidentale segnò il maggior numero di vittime civili (770). Si trattò di una vera e propria campagna antipartigiana, il cui obiettivo fu la distruzione delle brigate e il ripristino del controllo del territorio. La r. andò incontro a una dura crisi, molti furono i caduti in combattimento e i prigionieri, spesso passati per le armi o deportati; né mancarono coloro che abbandonarono le formazioni (il numero di coloro che erano organizzati in bande si ridusse a 20/30.000). Anche nelle città si inasprì la repressione, conducendo all'individuazione, all'arresto e all'uccisione di importanti dirigenti antifascisti, dall'intero CLN ferrarese al comandante delle formazioni Giustizia e libertà piemontesi, D. Galimberti. In tale contesto, le divisioni interne al fronte resistenziale erano destinate ad acuirsi, sino a precipitare in episodi limite, quale per es. l'uccisione a Porzûs, il 7 febbraio 1945, da parte di garibaldini comunisti convinti della sua connivenza con i nazifascisti, di F. De Gregori, comandante della Prima brigata Osoppo, di ispirazione cattolica, seguita dalla fucilazione dei suoi uomini dopo un processo sommario.

 

Nel corso dell'inverno 1944-45 la strategia partigiana consistette nell'occultamento delle formazioni, nel loro trasferimento in pianura, nell'intensificazione delle azioni gappiste in città, in attesa di riprendere le operazioni su vasta scala. Ciò fu possibile nel marzo successivo (quando si valuta che il numero dei combattenti risalì a circa 80.000). In questo mese il CLNAI decise l'unificazione delle forze partigiane e nominò un comitato insurrezionale con l'obiettivo di partecipare attivamente alla liberazione, anche anticipando l'arrivo alleato, e di salvaguardare le infrastrutture civili dalle distruzioni. Il 9 aprile 1945 riprese l'attacco alleato alla Linea Gotica, supportato da pesantissimi bombardamenti. Dal canto loro, le brigate partigiane iniziarono la discesa verso le città, riunendosi alle SAP (Squadre di Azione Partigiana, operanti nelle campagne) e ai GAP, anticipando in moltissimi centri l'arrivo delle truppe alleate, scacciando le guarnigioni tedesche o catturandole (militarmente brillante fu, per es., l'azione condotta a Genova tra il 23 e il 27 apr.), e garantendo il passaggio alla vita civile (si ritiene che tra la fase insurrezionale e la liberazione il numero dei partigiani passasse da 130.000 a 250.000; complessivamente i partigiani caduti tra l'8 settembre e il 25 aprile furono circa 40.000). Le truppe tedesche, provate e ormai ridotte nella loro mobilità dalla scarsità di mezzi e carburante, nonché dai continui raid aerei, rapidamente crollarono: il 21 aprile fu liberata Bologna, tra il 27 e il 29 Padova, Milano, Torino, il 2 maggio i tedeschi capitolarono a Trieste. Ancora in quelle ore convulse decine di civili italiani vennero assassinati in Veneto (Castello di Godego, Pedescala), in Trentino (Val di Fiemme) e in Friuli (Avasinis, Ovaro) nelle stragi 'dell'ultimo giorno' compiute da reparti tedeschi in ritirata.

 

La data assurta simbolicamente a festeggiare la r. e la liberazione, il 25 aprile (scelta perché in quel giorno il CLNAI con un proprio decreto assunse tutti i poteri civili e militari, concludendo la fase cospirativa), non deve dunque indurre a ritenere che i fatti bellici si esaurirono d'un colpo e gli animi, esacerbati da venti mesi di duro conflitto e da oltre vent'anni di dittatura, improvvisamente si placarono. Le operazioni militari si prolungarono infatti sino a maggio, giacché si trattava di garantire la cessazione delle ostilità attraverso il rastrellamento e la cattura di piccoli gruppi di tedeschi sbandati e di fascisti intenzionati a dare vita a una forma di guerriglia alla quale erano stati chiamati da settori radicali del fascismo repubblicano. In questo quadro si innestò anche la 'resa dei conti' tra i partigiani e i fascisti, coda inevitabile di un conflitto che sul suolo italiano era anche tragicamente fratricida. Nella convulsa transizione dalla guerra civile alla pace, una sorta di 'terra di nessuno' dello spirito pubblico, si manifestò una grande varietà di situazioni, nelle quali atti individuali e comportamenti collettivi - non facilmente governabili dagli organismi politici e militari della r. - si condizionarono reciprocamente in un altalenante stato di eccitazione e furore, agitazione ed euforia. In tale contesto vanno intesi episodi quali la pubblica esposizione dei cadaveri di Mussolini, C. Petacci e alcuni gerarchi della RSI il 29 aprile 1945 a Milano, nello stesso luogo, piazzale Loreto, dove il 10 agosto 1944 i fascisti avevano trucidato quindici antifascisti. Lo stesso potrebbe dirsi per le esecuzioni sommarie dei cosiddetti repubblichini, riguardo le quali non si dispone ancora di cifre definitive (tra la fase insurrezionale e i giorni immediatamente successivi la liberazione si stima siano stati uccisi tra dieci e dodicimila fascisti e collaborazionisti, una cifra inferiore al numero delle esecuzioni effettuate nella stessa fase in Francia, dove pure la guerra e la r. ebbero forse caratteristiche di minore intensità fratricida).

 

 

La resistenza italiana: interpretazioni storiografiche

 

La natura di 'guerra civile' del periodo 1943-1945, innestata sul latente conflitto sociale e di classe, e sull'aspro e violento scontro politico-ideologico che si era manifestato nel 1919-1922 ed era precipitato proprio nell'affermazione del fascismo, ha fatto sì che la storiografia e la saggistica storico-politica abbiano a lungo guardato a quegli anni privilegiandone la dimensione politica. Inoltre la discussione pubblica intorno a quegli anni è andata incontro a una forte esposizione polemica, sino a rendere assai difficoltoso, quando non impossibile, ricondurre alla storia d'Italia la storia della r., poiché il giudizio su di essa e sui suoi esiti non poteva non rimandare al giudizio sull'Italia postfascista, sui suoi nessi di continuità e sugli elementi di rottura con quella fascista, sulle caratteristiche e sui limiti della 'repubblica dei partiti'. La storia della r. è stata - e per molti versi ancora è - un terreno di dialettica politico-culturale tra coloro che tendono a enfatizzarne la portata unitaria e il valore di fondazione della democrazia repubblicana, e quanti viceversa si sforzano di metterne in evidenza i limiti e i contrasti interni, di richiamarne la faziosità. Sino ad anni recenti, dunque, la storia della r. è stata prevalentemente una storia politica del movimento partigiano, elaborata con lo sguardo rivolto al 'dopo', agli esiti politico-culturali e istituzionali del patrimonio di idee e valori delle diverse anime dell'antifascismo nell'Italia repubblicana.

 

Il primo contributo di sintesi apparve già pochi anni dopo la fine della guerra a firma di R. Battaglia, uno storico che aveva combattuto da partigiano, lasciando traccia della propria esperienza di vita in un interessante diario pubblicato alla fine del 1945 (Un uomo, un partigiano). Nella sua fortunata Storia della resistenza italiana (1953, più volte ristampata), aspetti di enfasi agiografica si accompagnano a originali e anticipatori riferimenti ad aspetti socioantropologici della guerriglia. In essa si ricostruiscono l'attività politico-militare delle formazioni combattenti, l'azione degli organismi clandestini e dei CLN, le diverse e talora opposte prospettive di governo e trasformazione postfascista della società italiana, ponendo in particolare risalto il ruolo della r. nella nascita dell'Italia repubblicana.

 

Tra la fine degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta, anche in relazione alle sollecitazioni provenienti dai movimenti sociali e giovanili, apparvero numerosi nuovi contributi di storia della r., in una sorta di vero e proprio take off storiografico, che ebbe come cifra comune la valorizzazione della spontaneità dell'antifascismo popolare. Chi interpretò e meglio rappresentò questo approccio fu G. Quazza, anch'egli combattente nelle fila partigiane e noto studioso, che consegnò alle stampe il volume Resistenza e storia d'Italia (1976), il cui obiettivo, rivelato nel titolo stesso, era quello di ricondurre alla storia dell'Italia novecentesca la r., mettendone in evidenza il carattere di rottura rispetto alla continuità dei blocchi di potere che avevano guidato il Paese dal liberalismo al fascismo, poi dal fascismo al centrismo democristiano. Tuttavia, il lavoro di Quazza introdusse nel dibattito anche altri elementi, forieri di interessanti sviluppi storiografici (e la sintesi proposta da G. Oliva, I vinti e i liberati, 1995, ne riprenderà molti spunti): la definizione della banda partigiana come 'microcosmo di democrazia diretta' e l'insistenza posta sull''antifascismo esistenziale' delle generazioni nate sotto il fascismo e protagoniste della lotta partigiana sollecitarono, per es., una maggiore sensibilità per la dimensione sociale e culturale dell'universo resistenziale, per i rapporti fra partigiani e popolazioni, tra comandi e comunità locali.

 

Saranno questi i nodi centrali delle indagini dagli anni Ottanta in poi, quando si avviò a chiusura il ciclo di storia politica della resistenza. Una tappa importante in questo passaggio di fase è stata la pubblicazione del libro di C. Pavone (Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della resistenza, 1991), l'ultimo contributo di uno storico protagonista in prima persona dei fatti trattati. Pavone assume la tesi che nel periodo 1943-1945 convissero 'tre guerre' (patriottica, civile, di classe) e nel sostenerla si concentra sulla dimensione etica della r. (la 'scelta' su da che parte stare). È una tesi che riflette il ri-orientamento complessivo in corso nella storiografia italiana, sempre meno rivolta alla storia politica e viceversa tesa verso indagini di storia delle culture, della mentalità, dei comportamenti; è un approccio che nel quindicennio successivo ha sollecitato ulteriori ricerche e approfondimenti.

 

I lavori di Battaglia, Quazza e Pavone possono essere dunque assunti come esemplari della stagione di studi e di dibattito storico-politico nella quale rispettivamente si inseriscono. Ognuno di essi ha radunato in sé interrogativi, interpretazioni e riflessioni che hanno contribuito a rilanciare l'indagine, fungendo da cerniera tra fasi diverse della ricerca. Ma essi, e segnatamente i volumi di Quazza e Pavone, hanno poggiato su una ricchissima e quantitativamente estesa base di studi, saggi e monografie di cui è impossibile rendere conto sinteticamente. Soprattutto perché la storiografia sulla r. si è connotata per la sua attenzione alle peculiarità locali, alle vicende di singoli personaggi e di specifiche porzioni di territorio. Con ciò, registrando e riflettendo una caratteristica distintiva del proprio oggetto di ricerca, la guerra di guerriglia: il forte legame delle bande partigiane con le aree che le esprimono e nelle quali operano. Tale prevalente attenzione per la dimensione locale è un'esigenza ineludibile dell'indagine, che può però incorrere nel rischio dell'eccessiva frammentazione dell'analisi e del localismo dell'interpretazione. Che le più recenti pubblicazioni - dall'Atlante storico della resistenza italiana al Dizionario della resistenza, sino alla sintesi di S. Peli (2004), in gran parte frutto del lavoro di studiosi e ricercatori nati dopo il 1945 - siano accomunate dall'esigenza di portare a sintesi i risultati di ormai centinaia e centinaia di ricerche e contributi prelude forse alla redazione di una nuova storia della resistenza. A essa spetterà di misurarsi con gli interrogativi posti dalla necessità di concettualizzare storiograficamente la questione r. e di individuare una trama complessiva di eventi di lungo periodo della storia d'Italia nella quale infine calare la guerra partigiana.




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