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CRONACA

I dettagli dell'Operazione Malapianta (con Video)

Gratteri: "La collaborazione degli imprenditori dimostra la nostra credibilità"

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Giovedì 30 Maggio 2019 - 14:22

L’organizzazione colpita dalle Fiamme gialle faceva capo alle famiglie Mannolo, Trapasso e Zofreo e che vantava ramificazioni operative anche in Puglia, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e proiezioni estere, da anni esercitava la propria influenza criminale sulle strutture turistiche della zona attraverso l'imposizione del pizzo, l'assunzione di lavoratori e anche costringendo gli operatori ad acquistare beni e servizi da fornitori a loro vicini. 

“Si tratta di una indagine ben strutturata dal punto di vista probatorio, frutto del lavoro della procura e di una polizia giudiziaria di qualità”. Così il procuratore Nicola Gratteri ha presentato in conferenza stampa gli esiti della operazione.

Una cosca storicamente radicata, che già negli anni 70 era riconosciuta da parte del superiore “Crimine” di Polsi ed in rapporti con cosa nostra, che proprio nel centro crotonese aveva impiantato una raffineria di eroina. La ‘ndrangheta san leonardese ha, nel corso dei decenni, diversificato la sua operatività criminale passando dal contrabbando di sigarette al narcotraffico, all’usura e alle estorsioni. 

Gli enormi proventi illeciti della cosca, che agiva in rapporti di dipendenza funzionale dalla famiglia Grande Aracri, erano riciclati in investimenti nei settori della ristorazione, dell'edilizia e delle stazioni di rifornimento carburante.

Tra le principali attività della “locale di ‘ndrangheta di San Leonardo di Cutro” si annovera senza dubbio il traffico di stupefacenti, una delle principali fonti di finanziamento dell’associazione. Sin dagli anni ’90 per le altre cosche del crotonese e non solo i Mannolo hanno costituito un punto di riferimento per il narcotraffico. Le indagini hanno dimostrato come i san leonardesi si sono approvvigionati di droga dalle cosche operanti in provincia di Vibo Valentia, Catanzaro e Reggio Calabria e, inoltre, si sono dotati di una ramificata rete territoriale per la commercializzazione del narcotico principalmente su Crotone, Isola di Capo Rizzuto, Botricello e zone limitrofe in provincia e Catanzaro, San Giovanni in Fiore in provincia di Cosenza. Le indagini hanno documentato l’acquisto e la successiva cessione di centinaia di chilogrammi di hashish, cocaina ed eroina. 

Dalle indagini della Dda emerge che il capocosca Alfonso Mannolo e i suoi sodali, temevano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, la cui scelta veniva da loro giudicata "vergognosa", ed i magistrati inquirenti di Catanzaro. Contro di loro si sprecavano le ingiurie e il procuratore capo, Nicola Gratteri, veniva accostato, nei loro commenti, a Giovanni Falcone.

I componenti della consorteria criminale erano anche in grado di ottenere informazioni sulle operazioni di polizia imminenti attraverso una oscura rete di fonti e connivenze. Oltre a ciò è stato accertato come gli appartenenti alla cosca effettuavano regolarmente attività di bonifica per il rilevamento di microspie o per eludere le attività di intercettazione. 

In particolare su Crotone la base operativa dello spaccio era situata nel quartiere di via Acquabona. Questo è il “fortino” dove risiedono centinaia di persone appartenenti al gruppo dei cosiddetti “zingari” di Crotone. Caratterizzato da un fitto reticolato di abitazioni, per lo più abusive, connesse da vialetti transitabili unicamente a piedi, dove donne e bambini fanno da vedette per lo spaccio. E’ da considerarsi la piazza di spaccio principale della città. In questo agglomerato si sono creati gruppi criminali i cui capi risultano affiliati alla ‘ndrangheta.