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Guerre, asili e rifugiati d’oro!

openpolis ci racconta perché le risorse per l’accoglienza sono un investimento e non un semplice costo

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    Nell’attesa che a distanza di anni dagli arresti e condanne di don Eduardo Scordio e Mister Sacco, la Prefettura o il terzo settore aprano cassetti e dati ufficiali sulla provincia di Crotone e che epigoni del nulla continuino a blaterare sulla guerra di tizio più puzzoso di caio o sempronio ci “limitiamo”a rilanciare dati oggettivi, direttamente da pubblicazioni openpolis:

    L’accoglienza dei migranti è una politica che si propone di velocizzare e rendere più efficace il processo di integrazione a vantaggio di tutti. Eppure il suo finanziamento è stato al centro di forti campagne mediatiche che hanno assunto a tratti il carattere di veri e propri discorsi d’odio.

    Il tema delle risorse per l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, i famosi 35 euro al giorno, è stato un argomento politico e propagandistico molto presente negli scorsi anni. Oggi è meno all’ordine del giorno, come tutta la questione legata agli sbarchi nel mediterraneo. D’altronde negli ultimi anni i flussi migratori provenienti dal nord Africa sono decisamente calati mentre al contempo la pandemia ha catalizzato l’attenzione politica e mediatica. Non è affatto detto tuttavia che questo tema non torni di attualità nel prossimo futuro, polarizzando nuovamente il dibattito e facendo riemergere atteggiamenti di matrice xenofoba e discorsi d’odio. Per questo è importante continuare a raccontare  il sistema di accoglienza nella sua organicità e complessità. Spiegando perché le risorse destinate all’accoglienza debbano essere considerate un investimento e non un costo. 

    La politica pubblica dell’accoglienza

    Quello delle migrazioni è un fenomeno con caratteristiche epocali. Al di là dei flussi in ingresso, che a seconda degli anni possono essere più alti o più bassi, si tratta di un tema da sempre presente nelle società, e che certo non si esaurirà in pochi anni. È fondamentale quindi imparare a conviverci. D’altronde l’immigrazione porta con sé anche molti aspetti positivi per una società a patto che questa sia organizzata per gestire l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati. L’obiettivo di queste politiche infatti dovrebbe essere quello di porre chi arriva nelle condizioni di essere economicamente autonomo e in grado di contribuire al benessere collettivo, nel più breve tempo possibile. Certo come è ovvio i programmi di integrazione e accoglienza hanno un costo, che tuttavia andrebbe letto come un investimento. Più efficace è il sistema di accoglienza e prima gli ospiti possono integrarsi e diventare una risorsa per il paese. Eppure nel corso degli anni i costi di gestione dell’accoglienza sono stati spesso oggetto di attacchi politici e considerati alla stregua di un regalo fatto ai migranti, piuttosto che come una politica pubblica. È vero che nel sistema di accoglienza non sono mancate inefficienze, mala gestione e persino vere e proprie truffe ai danni dello stato. Ma questi sono i tipici problemi che possono caratterizzare una qualunque politica pubblica. Come tali peraltro danneggiano sia la collettività che le persone che usufruiscono di questi servizi. Non è chiaro dunque né come queste inefficienze possano essere imputate agli ospiti dei centri di accoglienza né come la riduzione delle risorse investite possa rendere i programmi di integrazione più efficaci nel raggiungere i loro obiettivi.

    La gestione e le criticità dell’accoglienza tra 2014 e 2017

    Tra 2014 e 2017 abbiamo assistito a un numero considerevole di arrivi rispetto agli anni precedenti. Tuttavia, non si trattava di per sé di cifre ingestibili. Ma certamente l’Italia si è trovata impreparata a ricevere quella quantità di richiedenti asilo che necessitavano di un percorso di accoglienza. L’urgenza con cui si è dovuto provvedere a riorganizzare il sistema ha sicuramente prodotto gravi distorsioni e problemi nella gestione degli ospiti. Come abbiamo denunciato in più occasioni, attraverso vari approfondimenti dedicati, le ragioni di questi problemi sono state in larga parte legate alla gestione emergenziale di un fenomeno ormai ordinario. Un modo di affrontare la questione che può essere comprensibile per alcuni mesi, se ci si trova impreparati, ma che invece perdura da anni. Già nel 2014 il sistema di accoglienza era per oltre il 68% gestito attraverso centri di accoglienza straordinaria (Cas) piuttosto che tramite il sistema ordinario, che allora aveva il nome di Sprar e che poi è diventato prima Siproimi e poi Sai.

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