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Non una memoria ma una storia condivisa!

Francesco Parisi: "La memoria è quel filo rosso invisibile ma tenacissimo che tiene unite le comunità".

La memoria è quel filo rosso invisibile ma tenacissimo che tiene unite le comunità. La storia di un popolo non è solo un susseguirsi di date, di vittorie o di sconfitte, la storia di un popolo è innanzitutto il racconto di una identità costituita da cultura, da simboli e soprattutto da luoghi. Molti sono i popoli, nella storia, che hanno subito diaspore ma soltanto quelli che, tra questi, hanno saputo conservare la memoria di sé, sono riusciti a non perdere la speranza di un riscatto. Insistere nella difesa della memoria non è e non deve essere solo un mero quanto sterile esercizio di conservazione di un patrimonio ideale ma è e deve essere sempre un nuovo punto di partenza per rinnovate stagioni di libertà. Solo attraverso il ricordo di chi siamo stati e dei luoghi ove la nostra storia ha preso forma si possono inaugurare nuovi ed affascinanti percorsi di democrazia. La resistenza italiana si incentra in uno scenario fenomenologico di indiscutibile interesse e ancora oggi , purtroppo, di strumentali e pericolose divergenze ideologiche che ne minano il ricordo e ne indeboliscono o almeno cercano di indebolirne il valore.
Il 25 aprile 1945 infatti, nonostante i ripetuti richiami ad una memoria condivisa, resta, e purtroppo resterà, una data per molti aspetti contesa ed ideologicamente controversa. Una data dove spesso la memoria è costretta a lasciare il passo alle strumentalizzazioni dei luoghi comuni e alle rivendicazioni di parte in cui, a volte, è solito perdersi il senso più, pedagogicamente alto e profondo della storia che è l’insegnamento.
La domanda allora è: sarà mai possibile auspicare una memoria condivisa? La risposta è purtroppo no. E in primo luogo per una questione assai semplice: che il termine memoria è ambiguo per definizione. Connota il giusto intento di trasmettere alle generazioni più giovani il patrimonio di esperienza di coloro che le hanno precedute. E, generalmente, indica l’esigenza di tenere viva la lezione che si presume ci abbiano lasciato avvenimenti tragici che hanno lacerato la nostra società. Ma la memoria è soggettiva, individuale, e per di più incline a deteriorarsi, a perdersi, a peggiorare. La memoria è il risultato di sguardi particolari, che non possono essere modificati. Certo, si può affermare che esperienze comuni abbiano sedimentato una memoria collettiva. È vero. Ma sarà comunque impossibile conciliare, rendere omogenee, memorie legate a esperienze diverse, derivate da punti di vista e da adesioni personali o di gruppo totalmente differenti. Perché un partigiano dell’Ossola o della Langa dovrebbe rimodellare il suo ricordo per accordarlo con un reduce della Monterosa o della X Mas che gli fu nemico in quei mesi di scontri mortali fra il ’43 e il ’45? O viceversa. E quale memoria potrebbero condividere un italiano del Sud e uno del Nord rispetto a quegli avvenimenti?

Si deve intendere il termine memoria come metafora di qualcos’altro. Ovvero come il terreno su cui far germogliare un processo di riconciliazione nazionale, cioè quell’accordo fra visuali diverse e distanti che permetterebbe di mettere alle spalle il passato: con la concessione ai «vinti» di qualche risarcimento morale e di un conseguente restauro di immagine, e con la richiesta ai «vincitori» di una qualche forma di abiura e di cessione valoriale. Si potrebbe discutere sull’opportunità di una simile operazione; il fatto è che con tutta evidenza non funziona. Perché ogni guerra civile, dalla Rivoluzione Francese in avanti, ha sempre lasciato dietro di sé una scia di recriminazioni, di rese dei conti, di riscritture degli avvenimenti e una molteplicità di memorie differenti e antagoniste. Esattamente com’è successo in Italia. La storia italiana è tutta segnata da elementi di frattura e dagli scontri di fazione. Non a caso il Foscolo, esordiva sulla cattedra di eloquenza all’università di Pavia, nel 1809, con queste parole: «O Italiani, io vi esorto alle storie, poiché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare». E aggiungeva, come rimedio: «Amate palesemente e generosamente le lettere e la vostra nazione, e potrete alfine conoscervi fra di voi, ed assumere il coraggio della concordia». Parrebbero parole sensate anche oggi: condividere buoni studi e un’onesta ricostruzione dei fatti potrebbe corroborare la riconciliazione nazionale, dare prospettiva al Paese senza patteggiamenti pelosi su come ricordare il nostro passato. Sappiamo bene che la Resistenza non ha accomunato gli italiani; è stata un’esperienza di pochi, geograficamente limitata; nonostante la vulgata comunista, non è stata solo una guerra di liberazione dallo straniero tedesco, ma anche e talvolta prevalentemente una guerra civile; non ha visto protagonisti soltanto partigiani comunisti, ma una pluralità di soggetti culturali e politici. E come tutte le guerre civili, ha trascinato dietro di sé uno sciame di vendette, di storie private confuse a storie pubbliche. Ma ha avuto un senso preciso e un ruolo decisivo nella vita nazionale. Ed è di questo che oggi devono ragionare gli italiani, ben oltre le loro memorie personali o familiari; e di là da ogni bisogno di partito. L’Italia che guarda al futuro ha bisogno di una storia condivisa.
Prof. Francesco Parisi
Responsabile Provinciale CulturaIdentità Crotone