Le rubriche di Crotone Informa - Parole E Cinema

Buen Camino

Buen Camino, il ritorno della coppia Checco Zalone–Gennaro Nunziante, racconta il viaggio di redenzione di un padre ricco e viziato che, alla ricerca della figlia scomparsa, percorre il Cammino di Santiago e riscopre la paternità. Uscito a Natale e prodotto da Indiana Production con Medusa, il film ha ottenuto un successo commerciale straordinario, riempiendo le sale e rilanciando il botteghino; la critica però è divisa: si apprezzano ritmo e gag, la performance di Zalone e il richiamo alla tradizione della commedia italiana, mentre vengono rimproverati una scrittura prevedibile, un tono più edulcorato rispetto ai precedenti e una minore incisività sociale.

Il ritorno di Checco Zalone sul grande schermo con Buen Camino, firmato da Gennaro Nunziante, è un evento che ha riacceso il dibattito sullo stato della commedia italiana e, soprattutto, ha fatto respirare il botteghino in un periodo critico per le sale. Prodotto da Indiana Production e distribuito da Medusa Film con la collaborazione di MZL e Netflix, il film è uscito alla mezzanotte della Vigilia e ha registrato aperture da record: milioni nei primi giorni, una quota di mercato altissima e incassi che lo hanno rapidamente collocato tra i titoli più redditizi della stagione. Numeri che, al di là delle valutazioni critiche, hanno rappresentato una boccata d’ossigeno per gli esercenti e hanno confermato la forza commerciale del marchio Zalone.
La storia è semplice e immediata: Checco è un cinquantenne erede di un impero di divani, abituato a una vita di lusso ostentato, ville, yacht, Ferrari, fidanzate molto più giovani e una piramide in giardino costruita per il suo compleanno, fino al momento in cui la figlia adolescente Cristal scompare. Costretto a lasciare la sua bolla dorata, il protagonista scopre che la ragazza è partita per il Cammino di Santiago: da lì inizia un viaggio fisico e simbolico che lo porta a confrontarsi con la propria superficialità, a togliersi le maschere e, lentamente, a imparare cosa significhi essere padre. Letizia Arnò, nel ruolo della figlia, offre un contrappunto credibile; Martina Colombari, quasi irriconoscibile per la trasformazione fisica, e Beatriz Arjona arricchiscono il cast con figure secondarie che contribuiscono a dare spessore e colore alle tappe del cammino.
Sul piano registico Nunziante dimostra mestiere: sa dosare i tempi comici, costruire gag situazionali e mantenere un ritmo che raramente cede. Tuttavia la messa in scena mostra limiti tecnici evidenti: la fotografia, spesso accusata di luci piatte, non sfrutta appieno la bellezza dei paesaggi spagnoli e il montaggio talvolta richiama una grammatica televisiva più che cinematografica. La sceneggiatura, firmata dallo stesso Nunziante con Luca Medici, alterna momenti di satira a sequenze più tenere, ma inciampa in passaggi risolti con troppa facilità e in un finale prevedibile già dal secondo atto. La scelta di mantenere la durata contenuta in novanta minuti aiuta la scorrevolezza, ma penalizza lo sviluppo di alcuni snodi emotivi che avrebbero meritato maggiore profondità.
Sul piano comico, la pellicola conserva la cifra di Zalone: maschera, sarcasmo e battute politicamente scorrette che mirano a mettere in luce la stupidità del personaggio più che a offendere gratuitamente. Alcuni passaggi, riferimenti a Gaza, all’11 settembre o a Schindler’s List, appaiono come scosse isolate in un tono complessivamente più accomodante. È proprio questo il cambiamento più evidente rispetto ai grandi successi precedenti: dove Quo Vado?, Sole a Catinelle o Che bella giornata avevano una zampata corrosiva che trasformava la risata in uno schiaffo consapevole, qui la satira sociale è attenuata. Il film privilegia la riconciliazione familiare e la tenerezza, virando verso una commedia natalizia e family friendly che sacrifica in parte la ferocia che aveva reso iconici i lavori passati.
Non mancano però momenti di autentica invenzione comica e sequenze che funzionano grazie alla mimica e al tempismo di Zalone: la prima parte, con la presentazione del personaggio e le sue esibizioni di cafonaggine, è la più riuscita e fa ridere con gusto. La canzone‑tormentone La Prostata Enflamada, che attraversa il film e culmina in un videoclip finale, non è un semplice intermezzo goliardico ma un elemento ideologico: il corpo che tradisce, la virilità che vacilla, l’umiliazione trasformata in filastrocca demenziale. Quel finale musicale rompe l’illusione narrativa e ribadisce la natura di maschera del progetto, mostrando che la trasformazione non è tanto una redenzione totale quanto un attraversamento della fragilità.
Il confronto con Tolo Tolo è inevitabile: il film di cinque anni fa rappresentava un tentativo più audace, politicamente più tagliente e sperimentale, mentre Buen Camino sceglie la strada della sicurezza, rivolta a un pubblico vasto e desiderosa di riunire le famiglie in sala. Questa scelta ha un prezzo artistico: la sensazione è che la pellicola, pur divertente e ben confezionata, non lasci lo stesso segno dei capitoli migliori della carriera di Medici. Allo stesso tempo, però, va riconosciuto il merito pratico del progetto: in un anno difficile per il cinema, riportare milioni di spettatori nelle sale è un risultato che sostiene l’intera filiera e mantiene vivo il circolo virtuoso che permette anche ai film più rischiosi di esistere.
Buen Camino è un film imperfetto ma efficace: una commedia popolare che fa ridere, commuove a tratti e rilancia il brand Zalone–Nunziante. Non è la zampata corrosiva che alcuni avrebbero voluto, ma resta un prodotto capace di parlare a un pubblico ampio, di riempire le sale e di porre, attraverso il riso, domande scomode sulla nostra contemporaneità. La maschera di Checco continua a funzionare come specchio: non dà risposte definitive, ma costringe a guardarsi, a ridere e, forse, a riconoscere ciò che preferiamo nascondere.