Odissea — The Odyssey di Christopher Nolan
Nolan trasforma il poema in un kolossal viscerale girato interamente in IMAX 70mm, tra effetti pratici, scenografie mastodontiche e una rilettura psicologica di Ulisse. Film tecnicamente audace e divisivo: spettacolare in sala ma narrativamente frammentato, con polemiche sul casting.
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The Odyssey di Christopher Nolan è un kolossal che ambisce a trasformare il poema omerico in un’esperienza cinematografica totale: grande schermo, grande suono, grande cast. Il film si presenta come un viaggio epico e psicologico, pensato per essere vissuto in sala IMAX, e porta con sé l’impronta autoriale di Nolan, la sua ossessione per la memoria, la colpa e l’identità, applicata a un mito antico.
La produzione è mastodontica e dichiaratamente artigianale: set imponenti, riprese in location reali del Mediterraneo e del Nord Europa, navi vere in mare aperto e migliaia di comparse. Nolan ha spinto la sua ossessione per il formato fisico fino a un punto di rottura produttiva: l’intero film è stato girato in IMAX 70mm con un nuovo approccio alle cineprese IMAX che ha permesso riprese in esterni e su imbarcazioni senza rinunciare alla qualità del grande formato. Questo è il dato tecnico che più di ogni altro condiziona l’esperienza visiva: l’immagine è densa, tattile, pensata per avvolgere lo spettatore. Accanto a questa scelta c’è la volontà di privilegiare effetti pratici, animatronica e scenografie fisiche; la CGI è presente ma spesso usata per integrare e non per sostituire il lavoro artigianale. Il risultato è un cinema che reclama la sala come luogo imprescindibile per essere compreso appieno.
Nolan non si limita a trasporre la trama dell’Odissea: la rilegge attraverso i suoi temi ricorrenti. La regia riorganizza la struttura episodica in un arco che mette al centro la figura dell’eroe come reduce segnato dalla guerra, un uomo che porta con sé colpe e ricordi che lo trasformano. La sceneggiatura, firmata dallo stesso regista, sceglie la sintesi e la riscrittura: alcune avventure vengono condensate, altre reinterpretate per servire il percorso interiore di Ulisse. Questa operazione funziona quando Nolan riesce a fondere spettacolo e introspezione, le sequenze più riuscite sono quelle in cui il fragore esterno dialoga con il vuoto interiore del protagonista, ma mostra i suoi limiti quando la necessità di comprimere il poema porta a passaggi frammentati o a salti di tono che interrompono l’empatia. In sostanza, la sceneggiatura privilegia il senso tematico rispetto alla filologia, e questo è al tempo stesso la sua forza e la sua debolezza.
Il cast è corale e di richiamo internazionale: Matt Damon guida il gruppo come Ulisse, affiancato da Anne Hathaway, Tom Holland, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Zendaya e Charlize Theron. Le scelte di casting hanno avuto un ruolo centrale nel dibattito pubblico: da un lato attirano attenzione e offrono volti capaci di portare pubblico in sala; dall’altro, la riconoscibilità di alcune star talvolta distrae dalla trasformazione in figure mitiche. Sul piano recitativo, Damon costruisce un Ulisse segnato e credibile, Hathaway regala a Penelope una profondità che sorregge il film nei momenti più intimi, e diversi interpreti secondari emergono con efficacia nelle scene chiave. Non mancano però voci che segnalano parti sottoutilizzate: in un ensemble così vasto, alcuni personaggi restano a margine, privando il racconto di potenziali contrappunti emotivi. Nel complesso la recitazione è solida, spesso intensa, e funziona meglio quando il film si concentra sui rapporti umani piuttosto che sulle grandi scene di massa.
La scenografia è uno dei punti di forza: paesaggi marini, scogliere, navi e città ricostruite restituiscono un mondo materico e credibile. I costumi oscillano tra riferimenti storici e scelte stilizzate, contribuendo a mantenere il tono mitico senza scadere nel puro antiquariato. Le creature mitologiche come Polifemo, sono realizzate con un mix di animatronica e VFX che, nelle sequenze migliori, restituisce una fisicità inquietante e memorabile. A sostenere il tutto c’è la colonna sonora di Ludwig Göransson, che costruisce un tappeto sonoro potente: percussioni, cori e tessiture atmosferiche che amplificano la tensione e la malinconia. Il sound design è volutamente massiccio, pensato per l’IMAX; questo ha comportato un mix così denso da rendere meno nitidi i dialoghi, ma l’effetto complessivo è quello di una partitura che non si limita ad accompagnare, ma che plasma l’esperienza emotiva.
”Non si può parlare di Odissea senza menzionare il dibattito culturale che lo ha accompagnato. Le scelte di casting, alcuni anacronismi estetici e la volontà di aggiornare il mito hanno scatenato accuse di “woke casting” e polemiche conseguenti. È un fenomeno che va letto su due livelli: da una parte c’è una reazione conservatrice che difende una lettura filologica e tradizionale del mito; dall’altra c’è chi vede nelle scelte di Nolan un tentativo legittimo di rendere il racconto accessibile e rilevante per il pubblico contemporaneo. Al di là delle etichette, la questione reale è se le scelte registiche e di casting servano la storia che Nolan vuole raccontare; in molti momenti la risposta è sì, in altri la sensazione è che la polemica abbia sovrastato il discorso artistico.
https://youtu.be/9R58AyRe1RI?si=CC-11hA2kxZNFXpO



