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Passato (presente pandemico) e futuro

L'ex amministratore Cosentino traccia un quadro del non fatto, chiedendo visione

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Riceviamo e pubblichiamo:

Quello che contraddistingue le società evolute da quelle imprigionate in riti e maccanismi del passato, è la capacita di saper reagire agli eventi, adattandosi rapidamente a soluzioni che superino le contingenze, avviando ed imprimendo nuove scelte e relativi obiettivi. Questa premessa è necessaria per tutti, ma è doverosa per i pubblici amministratori che intendano contribuire alla realizzazione di una nuova dimensione della città e degli interessi che in essa dovranno coesistere.

La UE, tra i punti fondamentali del prossimo sviluppo, indica le città ed il loro ammodernamento.

I segnali decisivi che giungono dai contesti decisori europei, italiani, o comunque occidentali, concordano nel ritenere il nostro futuro come superamento o magari antitesi del passato trascorso; necessariamente occorrerà mutare abitudini e comportamenti, scelte sociali ed economiche,  e, di conseguenza, anche governance e gestione territoriale. Appare evidente, che lo spaccato dell’Italia pandemica ha sottolineato e verticalizzato tutte le nostre fragilità, figlie soprattutto di immobilismo e corporativismo, incapaci di generare una  equilibrata reattività al corso degli eventi oltre che il cronico rifuggire da logiche di un mercato libero e non protetto. Sotto quest’aspetto, Crotone, altro non è che la classica ipotesi di scuola: uno spaccato plastico che conferma l’assunto precedente. La comprensione della città, nonché la sua funzione di centro capo bacino territoriale e jonico, è assolutamente identica a quella che precedeva alla proclamazione dell’ ente intermedio, ancorata culturalmente ad una visione curtense, il cui zenith e nadir coincidono rispettivamente con Pudano e Passovecchio. Un sorta di isola, senza rapporti e contatti con il resto del continente. Purtroppo, anche l’attuale amministrazione dimostra di essere fedele e pedissequa interprete di cotanta filosofia, non riuscendo di fatto a mettere a fuoco obiettivi ed impostazioni operative in grado di  riuscire ad aggredire gli atavici handicap che hanno fin ora contraddistinto il nostro fare. La progressiva decomposizione dell’ impianto produttivo (dovuto non solo alla crisi industriale ma anche all’ isolamento) che contemporaneamente si accompagnò alla sempre piu’ anacronistica pressione speculativa edilizia e  commerciale, è la fotografia retrospettiva di una città, capace anche di  prescindere dal manifesto arresto demografico.

Oggi, siamo l’esatto contrario di quella Crotone che fu isola felice della Calabria.

Una città, incardinata su strumenti urbanistici di trentacinque anni fa, basti pensare al piano regolatore 98/99 (iper dimensionato) e privo di regolamento edilizio, e rifacentesi alla impostazione regolamentativa della variante Rossi Doria del 1976. Estesa innaturalmente su 17 km longitudinali, verticalizzata su terrazze ed attici fantasiosamente concessi e condonati, la città oggi è un ibrido irrisolto, in cui, in parole povere, si fatica a distinguere tra il capo e la coda. Il boom edilizio generatosi tra gli anni 50 e 60, era a rimorchio delle attività produttive ed industriali che portarono sulla città le esigenze abitative del nostro vasto entroterra che ancora contava sulle risorse delle attività agrarie. Questo fenomeno si interrompeva intorno agli anni ottanta, ma la classe dirigente crotonese non seppe e non volle prendere atto di questa nuova realtà, continuando ad  ignorare, nonostante il passare del tempo, le nuove esigenze e rinunziando a concepire una citta moderna. Ed ancora oggi, persistono interessi e logiche che frenano la rottura di questi schemi; basti pensare alla manifesta resistenza delle ultime tre amministrazioni capaci di enunciare senza mai applicare e dar seguito allo strumento del Psc già introdotto nel 2006 da normativa nazionale, la cui essenza, indiscutibilmente, tende a privilegiare l’ interesse diffuso della cittadinanza rispetto a quello dei lottizzatori di turno, titolari di quelle concessioni che, seppur datate , rappresentano ugualmente valore aggiunto su un  ipotetico mercato immobiliare.

Questa era la “Bibbia” del Frontismo ed è rimasta purtroppo ancora attuale.

Ben quattro decenni, quelli  trascorsi capaci di  esaltare la valenza della rendita fondiaria a discapito delle produzioni e delle attività innovative, introducendo il feticcio di un presunto turismo (nato già settimino) proprio per la prevalenza dell’insano e strabico input immobiliare; tutto cio’ in nome del popolo sovrano… Un fenomeno, questo, che parallelamente, negli anni, è stato accompagnato anche dal sistema del credito locale che, prima di essere svenduto, fù incapace di proporre indirizzi diversi. Anche il sistema giudiziario ha tollerato abusivismi ed illegalità con la stessa bonomia con cui si tollerava negli anni 50 il contrabbando. Non è un caso che infrastrutture quali il porto soggiacciono anch’esse ai pochi interessi esistenti, ritardando oltre misura l’adozione del piano regolatore portuale, quale strumento capace di azzerare le rendite di posizione. Latita la funzione di indirizzo, fondamentale da parte di quel  governo della città che è anche colpevolmente distratto ed inoperoso sull’ impiego di fondi comunitari, Junker ieri, oggi Van der Leier, sono capaci di consentire quell’ auspicato ammodernamento di reti idriche e fognarie oltre che la messa in sicurezza del territorio comunale. Una qualunque agenzia nazionale, vista l’attuale disgrazia nella quale versa la partecipata Crotone Sviluppo, potrebbe garantire progettazioni e successive cantierizzazioni, snellendo, mediante l’adozione di procedure smart, le fasi di bando ed assegnazione.

Questo è il sistema che oggi avvolge l’amministrazione Voce.

Non si sa con quanta consapevolezza, si frena, impedendo di fatto investimenti pubblici (Antica Kroton in primis, piano strutturale comunale, agenda urbana) riflettendo così la tendenza padronale della classe dirigente acquisita negli anni, impiantata sui privilegi derivati dall’improvvisazione urbanistica imposta e che di fatto finisce con il perpetuare logiche fondiarie e riproposizioni degli “USI CIVICI”. Sembra quindi del tutto fantasioso ed onirico che l’attuale sindaco e la sua maggioranza si sentano interpreti di un popolarismo che invece la realtà nega ad ogni pié sospinto; pare ovvio che per invertire la tendenza e conseguentemente il costume, si debbano pretendere l’adozione di nuovi strumenti urbanistici (Piano urbanistico di coordinamento provinciale, PSC, RUE, …..), e al di la di pseudo rimodulazioni, la concreta volontà di dar seguito all’adozione dello strumento rigenerativo di Antica Kroton.  La lobby più negativa, è quella dell’ inazione e del tran tran quotidiano. Anche la litigiosità nel palazzo comunale è figlia di una visione non condivisa e per nulla metabolizzata del futuro della città. Tutto questo sperando che anche opinioni diverse, ma comunque innovative,  possano smuovere il fango della palude crotonese.

Peppino Cosentino

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