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PerècceZzioni di: Frankenstein Junior

"L'ultimo nemico che sarà sconfitto è la morte".

di Maria Celeste e Lello Arcuri

Campione d’incassi del 1975 diretto da Mel Brooks, Frankenstein Junior debutta nelle sale cinematografiche il 15 dicembre del 1974, presentandosi come parodia del celeberrimo romanzo gotico di Mary ShelleyFrankenstein or The Modern Prometheus” e delle precedenti pellicole ad esso ispirate, come per esempio “Frankenstein” di James Whale del 1931. Proprio per rendere ancor più esplicito il riferimento al film di Whale, il regista decise di girare in bianco e nero e si dedicò alla ricerca di oggetti di scena utilizzati sui set di 40 anni prima. La pellicola offre numerosi spunti riflessivi, infatti per quanto questo film possa considerarsi un capolavoro comico, è in realtà saturo di rifermenti, espliciti o più celati, a concetti applicabili alla realtà odierna.

Quanto può essere difficile e scomodo avere importanti progenitori? Quanto può diventare necessario rinnegare il proprio retaggio e la propria storia familiare per rinascere e crearsi una nuova vita? Su questi interrogativi si basa la famosissima gag tra “Frederick Frankenstein” (LINK) discendente del celebre Victor, interpretato da Gene Wilder, e Igor, all’arrivo in Transilvania. La scelta del protagonista è chiara: ripudia quel cognome ingombrante che l’opprime e mantiene invece il “nome” che lo rappresenta. I romani usavano la locuzione “Nomen Omen”, per indicare la credenza per la quale nel nome della persona fosse indicato il suo destino. Il rapporto tra il nome e colui che lo porta, si è sempre configurato in termini magico-religiosi ed inserito in una serie di tradizioni mitologiche e rituali. L’adeguarsi da parte di Igor al gioco di pronuncia di Frederick “Frankenstin”, al di là del dispetto facilmente intuibile, divine un palese adeguamento della nuova realtà, venutasi a creare con l’arrivo del dottore. Ma il “gioco” non finisce qui. All’interno della pellicola forse quello più divertente, rimane legato ad un personaggio secondario, Frau Blücher; ogni qualvolta viene citata, esplode un nitrito di cavalli (LINK), indipendentemente dalla reale presenza della Blücher nella scena. Il nome diviene personificazione ed essere, che terrorizza gli animali. Questo concetto, per molti aspetti, è simile a quello sul quale si basano innumerevoli film di stampo Horror, incentrate sull’evocazione di una qualche entità malvagia, attraverso la pronuncia del suo nome.
Uno dei soggetti più interessanti della pellicola è decisamente il sopracitato “Igor” interpretato da Marty Feldman. Gag come la “gobba mobile”, il “Malocchio” e le frasi motivazionali di suo padre (LINK), sono diventate iconiche e lo hanno reso uno dei personaggi più celebri del panorama comico.

Sconfiggere la morte non è mai stata prerogativa dell’essere umano, ma sempre e a volte anche peculiarità del dio, caratteristica che segnava quel punto di non ritorno tra la diversa natura dell’uomo rispetto alla divinità. Racconti di come varie divinità o semidei abbiano sconfitto il cupo mietitore, riempiono storie, leggende e miti di tutte le culture. Dunque fin dalla mitologia greca ed egizia, passando ai più recenti Dracula di Stoker, Dorian Gray di Wilde, i racconti di E.A. Poe, i personaggi di Lovecraft, fino ad arrivare ai giorni nostri con l’esplosione del fenomeno degli “zombie” nel mondo cinematografico, l’umanità ha sempre cercato di avere il controllo su ciò che rappresenta l’ultima tappa dell’esistenza umana in terra.   Iconica diviene a questo punto la frase di Frederick all’interno della pellicola: “Si può fare”, quando comprende che anche “l’ultimo nemico”, può essere sconfitto e l’uomo può impossessarsi di quel potere che gli mancava. Quel muro che separa l’essere umano dalla divinità, finalmente crolla e l’umano diviene “padrone della morte”, assurgendo a nuovo dio in terra. Caratteristica assolutamente coerente con l’allusione di Mary Shelley ai racconti della mitologia greca e alla rielaborazione di Ovidio della leggenda Prometeo.